Fattori di rischio e prevenzione

Le cause della malattia rimangono attualmente ancora in gran parte sconosciute. Tuttavia, dal punto di vista fisiopatologico la malattia risulta caratterizzata da depositi di beta-amiloide extra-cellulare e grovigli intracellulari neurofibrillari, che sarebbero i responsabili della degenerazione delle strutture sinaptiche.

Oltre alle possibili cause della malattia, la ricerca scientifica indaga da tempo sulla possibile presenza di fattori di rischio oppure di fattori protettivi rispetto alla sua insorgenza. Innanzitutto, bisogna distinguere tra fattori di rischio modificabili e non modificabili.

1) I fattori di rischio non modificabili

I fattori di rischio non modificabili possono essere così schematicamente riassunti:

  • Età: rappresenta il principale fattore di rischio correlato alla malattia, che risulta molto rara sotto i 65 anni. La sua incidenza aumenta progressivamente con l'aumentare dell'età, per raggiungere una diffusione significativa nella popolazione oltre gli 85 anni.
  • Sesso: l’incidenza di questa malattia risulta maggiore nelle donne. A lungo si è pensato che le donne fossero maggiormente esposte al rischio per via della loro maggiore longevità. Tuttavia, recenti studi avrebbero dimostrato che la maggiore incidenza della malattia tra le donne è legato ad una migliore connettività tra le zone celebrali dove ha origine la proteina tau, che concorre alla formazione delle placche tipiche della malattia.
  • Suscettibilità genetica: La familiarità, ovvero la presenza di una o più persone affette in una famiglia, aumenta la probabilità di contrarre la malattia anche negli altri familiari. La presenza di questo fattore di rischio non sta a significare che il familiare di un soggetto malato svilupperà sicuramente la malattia, ma che la sua probabilità di svilupparla sarà leggermente superiore rispetto al resto della popolazione. Recentemente è stato definito un limitato rischio di insorgenza nei soggetti portatori di una particolare proteina (l’Apoe-4), prodotta da alcuni geni specifici.

 2) I fattori di rischio modificabili

I fattori di rischio modificabili, invece, sono sostanzialmente quelli legati allo stile di vita:

  • Diabete: il legame tra diabete e Alzheimer appare strettissimo, tanto che in alcuni circoli l’Alzheimer è chiamato 'diabete di tipo 3' a causa della frequenza con cui gli individui con glicemia alta cronica sviluppano la malattia ad insorgenza tardiva. Uno studio recente ha messo in evidenza che il legame tra diabete e Alzheimer non è dovuto a problemi insulinici, ma all’enzima che scompone l’insulina, il quale interviene anche nella scomposizione della proteina beta-amiloide.
  • Malattie cardiovascolari: è noto che le malattie cardiovascolari rappresentino uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo della malattia. È stato dimostrato che alti livelli di colesterolo sono associati al potenziamento della via amiloidogenica. Ad ulteriore sostegno della validità dell’ipotesi vascolare vi è l’evidenza che i vasi cerebrali costituiscono uno dei siti di accumulo della proteina amiloide e, conseguentemente, di formazione delle placche senili.La malattia di Alzheimer è quasi sempre associata ad un esteso danno vascolare dovuto alla deposizione di beta-amiloide a livello dei piccoli vasi cerebrali. L’accumulo di beta-amiloide può risultare nell’alterazione della funzionalità della barriera ematoencefalica, evento che caratterizza le fasi sia di insorgenza che di progressione della malattia. Si ritiene che le lesioni vascolari siano poi associate a una riduzione del flusso ematico cerebrale, che determina a sua volta una ipoperfusione (riduzione del flusso di sangue) cronica delle aree del sistema nervoso interessate dal danno.
  • Inattività fisica: studi condotti su modello animale hanno evidenziato che l’esercizio aerobico, oltre a ridurre il rischio cardiovascolare, collegato alla formazione delle placche di beta-amiloide, favorisce la neurogenesi, ovvero il processo attraverso il quale vengono generati nuovi neuroni. La neurogenesi nell’adulto avviene nell’ippocampo e, seppur parziale, questo processo di rinnovamento assume un ruolo cruciale per il mantenimento delle funzioni mnesiche
  • Depressione: uno studio condotto da un gruppo di ricercatori italiani della fondazione IRCCS Santa Lucia, del Cnr di Roma e dell'Università Campus Bio-Medico, ha evidenziato come il fenomeno degenerativo che conduce all'Alzheimernon sia solo a carico dell’area della memoria (ippocampo), ma anche di una zona molto profonda e antica del cervello (area tegmentale ventrale), nella quale viene prodotta la dopamina, un neurotrasmettitore fondamentale per la comunicazione tra i neuroni, la cui carenza è una delle cause "chimiche" della depressione. Con effetto domino, la morte dei neuroni deputati alla produzione di dopamina e la conseguente riduzione della quantità di questa sostanza in circolo causerebbe la progressiva morte dei neuroni localizzati nell’area della memoria.
  • Fumo: sono stati condotti numerosi studi sul grado di incidenza del fumo sull’insorgenza della malattia ed è stata evidenziata una relazione dose-risposta. Le conoscenze sui meccanismi fisiopatologici sono limitate, tuttavia l’esposizione cronica al fumo di sigaretta è stata collegata allo stress ossidativo che è connesso alla demenza. Il fumo aumenta anche il rischio di sviluppare ictus e ipertensione che rappresentano altri fattori di rischio per la malattia di Alzheimer.
  • Basso livello di istruzione: il grado di scolarizzazione è correlato con la malattia di Alzheimer in maniera inversamente proporzionale: bassa scolarità-alto rischio di malattia, elevata scolarità-basso rischio di malattia. Tale rapporto è in linea con l'ipotesi che l'educazione scolastica fornisca una “riserva cognitiva” che permetta di posticipare anche di diversi anni l'esordio dei sintomi. In altre parole, sembra che a livello biologico una elevata scolarità contribuisca ad aumentare l’attività sinaptica nella corteccia cerebrale.

 3) Strategie preventive

L’esistenza di così tanti fattori di rischio conferma che la malattia di Alzheimer sia una patologia a eziologia multifattoriale e, dal momento che attualmente non esistono cure specifiche per questo tipo di patologia, le indicazioni degli esperti puntano soprattutto sulla prevenzione. Infatti, una serie di accorgimenti quotidiani e continuativi sembrerebbero ridurre il rischio di sviluppare la malattia.

Dunque, l'attività fisica moderata di carattere aerobico riduce il rischio di malattia e l'attività cognitiva - essenzialmente quella educativa, il curriculum scolastico di una persona - ha un effetto protettivo nei confronti della insorgenza della patologia. Sembra anche che alcuni tipi di alimentazione sana (per approfondimenti consultare l’apposita sezione), in particolate la dieta mediterranea, esercitino un ruolo protettivo. Alimentazione e attività cognitiva possono aiutare non solo nella prevenzione ma anche nel rallentare la progressione della malattia nella fase iniziale.

Inoltre, per quanto riguarda il tabagismo è interessante notare come l’incidenza della demenza tra persone con più di 65 anni sia la stessa tra gli ex-fumatori e chi non ha mai fumato, mentre sia più alta per chi fuma ancora. Ne consegue che smettere di fumare rappresenti un ulteriore fattore protettivo contro la malattia.

 

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